Ora sappiamo che i cinghiali ammazzati contro la peste suina finiranno anche nei piatti

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Non si placano le polemiche sulla peste suina africana (PSA), virus che da qualche settimana si è diffuso anche nel Lazio, dopo aver colpito decine di cinghiali in Liguria e Piemonte. Sono già 6 i casi confermati a Roma. Qualche giorno fa nella capitale è stato dato il via libera agli abbattimenti selettivi di cinghiali per contenere la malattia, una decisione contro cui si stanno opponendo diverse associazioni ambientaliste, che hanno anche lanciato la petizione online “Giù i fucili dai cinghiali!”.


Ma c’è un altro fatto che sta infiammando e preoccupando  chi si occupa di tutela degli animali e dell’ambiente: l’ordinanza emessa dal Ministero della Salute lo scorso 21 maggio autorizza la caccia al cinghiale fuori stagione e gli animali cacciati, se risultati negativi al virus, potranno finire nel piatto di chi li abbatte. Resta, invece, vietato cacciare nella zona che rientra all’interno del Grande Raccordo Anulare.

A prevederlo è l’articolo 3 dell’ordinanza, in cui si chiarisce che i cinghiali abbattuti nell’area confinante con la zona rossa potranno essere consumati dai cacciatori, con modalità che saranno definite entro 30 giorni.

La regione regolamenta l’attività venatoria e di controllo verso la specie cinghiale, svolta nel rispetto di specifiche misure di biosicurezza di cui all’allegato 1 alla ordinanza del Commissario straordinario alla PSA 1/2022, tenendo conto della situazione epidemiologica e sentito il parere del Gruppo operativo degli esperti. – si legge nel provvedimento – I capi cacciati possono essere destinati all’autoconsumo esclusivamente all’interno della stessa zona di attenzione e solo se risultati negativi ai test di laboratorio per ricerca del virus PSA.

L’ordinanza non è andata affatto giù all’OIPA (Organizzazione internazionale protezione animali), che ha annunciato che sta valutando di impugnarla.

Non solo si apre la caccia al cinghiale fuori stagione alle porte di Roma, ma si consente anche di farne carne da macello per trasformarla in salsicce e bistecche – denuncia la delegata dell’Oipa di Roma, Rita Corboli. – Per sei esemplari trovati positivi al virus della peste suina, non pericolosa per l’uomo, si farà strage. Prima ripopolano a uso e consumo dei cacciatori, poi decidono il “depopolamento” sulla pelle di esseri senzienti senza considerare misure alternative.

Leggi anche: Mattanza dei cinghiali: contro la peste suina, nessuno si è preoccupato di rendere indisponibili i rifiuti

La caccia non può essere la soluzione

A tal proposito l’Oipa ricorda che un parere chiesto agli esperti dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) chiarisce che “la caccia non è uno strumento efficace per ridurre le dimensioni della popolazione di cinghiali selvatici in Europa”.

Un parere simile è quello dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), che suggerisce di sospendere l’attività venatoria nelle aree a rischio perché potrebbe contribuire a diffondere ulteriormente il virus sul territorio.

Per arginare i contagi esistono delle soluzioni non cruente alternative alla caccia e agli abbattimenti, che potrebbero rivelarsi efficaci. Quali? Fra le proposte lanciate dalla LAV (Lega Anti-Vivisezione) rientrano ad esempio:

  • la sterilizzazione dei cinghiali
  • una migliore gestione dei rifiuti
  • recinzioni elettrificate per i campi

La peste suina africana rischia di diventare l’ennesimo pretesto per fare strage di animali e favorire i cacciatori…

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Fonti: Gazzetta Ufficiale/OIPA

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