Per l’80% dei lavoratori il benessere mentale conta più dello stipendio

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Tempo di Lettura: 2 minuti ROMA (ITALPRESS) – Il 20% della popolazione lavorativa soffre di una forma di disturbo o di disagio, l’80% delle persone che lavorano in azienda dichiara di preferire più benessere mentale a uno stipendio più alto e il 69% riferisce che la relazione con il proprio manager ha un impatto sulla salute mentale. Sono i dati […]

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ROMA (ITALPRESS) – Il 20% della popolazione lavorativa soffre di una forma di disturbo o di disagio, l’80% delle persone che lavorano in azienda dichiara di preferire più benessere mentale a uno stipendio più alto e il 69% riferisce che la relazione con il proprio manager ha un impatto sulla salute mentale. Sono i dati che hanno animato oggi a Roma la tavola rotonda su “Cultura e valore della salute e del benessere mentale nei luoghi di lavoro, di formazione e di vita”, promossa dal tavolo tecnico per la salute mentale del ministero della Salute e moderata dalla giornalista e conduttrice Eleonora Daniele.
“Serve una rivoluzione culturale” sul tema della salute mentale. “Dobbiamo intervenire su qualcosa che fino a pochi anni fa veniva ignorato e cogliere gli aspetti del disagio mentale”, ha detto il professor Alberto Siracusano del Policlinico Tor Vergata di Roma, coordinatore del tavolo. “Bisogna investire in salute mentale e riconoscere il disagio mentale – non solamente la patologia conclamata”, ha sottolineato. “Non c’è cultura senza salute mentale”.
Il vicecoordinatore del tavolo, Giuseppe Nicolò, ha ricordato che “il problema della salute mentale è assolutamente emergente: la malattia mentale è più presente del diabete. Il ruolo delle aziende quindi deve essere essenziale ed inclusivo: immagino un mondo della salute mentale che veda aziende che sono incluse nel processo di trattamento”.
Per Carola Salvato, membro del Consiglio Direttivo di Diplomatia e consigliera per la comunicazione, “il benessere della persona è un obiettivo, è un valore di crescita per l’azienda: abbiamo bisogno di nuove politiche di welfare nei luoghi di lavoro”. Nel mondo del lavoro c’è uno stigma nei confronti di chi soffre di una malattia mentale: “è arrivato il momento di superarlo”, ha aggiunto Felicia Giannotti, presidente di Fondazione Progetto Itaca. “Noi abbiamo cominciato con il progetto Job Station, con cui abbiamo promosso il lavoro a distanza ben prima dello smartworking: prepariamo le persone, ne seguiamo lo sviluppo e la ricostruzione della propria autonomia”, ha raccontato.
“Bisogna dare fiducia alle persone che hanno un passato di salute mentale e che hanno il diritto di reinserire come parte attiva nella società”. Anche per la scrittrice e storyteller Mapi Danna “bisogna creare degli ambienti in cui le persone possano essere se stesse, in cui possono agire come sono e in cui possono anche sbagliare, perchè il fallimento può essere anche un momento di crescita”.
Nella tutela della salute mentale già dagli anni Duemila, si impegna anche Inail, che “eroga una serie di prestazioni, non solo integrative” e “si occupa della salute a tutto tondo, curando anche il reinserimento sociale e lavorativo”, sostenendo “il recupero dell’infortunio, ma occupandosi anche delle famiglie”, ha spiegato Pamela Maddaloni, dirigente dell’Ufficio Pianificazione ed esercizio delle prestazioni sociosanitarie della Direzione centrale Inail.
Lo sport è un propulsore fondamentale per la salute mentale, anche come forma di aggregazione sociale.
Alla tavola rotonda hanno partecipato anche Beppe Dossena, campione del mondo con la Nazionale di calcio nel 1982, e Pasquale Gravina, due volte campione del mondo con la Nazionale di pallavolo. “Il mondo del lavoro cerca sempre più persone flessibili, che sanno adattarsi e che sanno collaborare: le tipiche competenze dello sport di alto livello, che però in Italia non vengono valorizzate una volta che concludono la carriera agonistica. Non c’è nessun percorso per gli ex atleti, che diventano improduttivi”, ha detto Gravina.
Per questo, ha aggiunto Dossena, “nel 2019 abbiamo creato ‘Special Team’. Ci sono moltissimi ex atleti che si chiudono in casa e si vergognano: dobbiamo muoverci per offrire servizi sociosanitari e allargare ulteriormente il nostro percorso”.


– foto xi2/Italpress –
(ITALPRESS).

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