Stavolta il potere logora chi lo ha

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Non è un mestiere facile quello del Pd e del dirigente Pd: se non fai le primarie ti accusano perché non le fai; se le fai, non va bene lo stesso perché 'abidchi' alla potestà genitoriale sul nome del candidato sindaco

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BOLOGNA – A Torino dove si era già deciso di farle, adesso sono a rischio. A Bologna dove si era fatto di tutto per evitarle, adesso sono una prospettiva più che concreta. Percorsi opposti per il Pd in due delle tre grandi città del nord che vanno al voto in primavera. Con la differenza che nel capoluogo piemontese c’è da riconquistare la città passata ai 5 stelle, sotto le Due torri, invece, i dem hanno contribuito in maniera decisiva alla vittoria di Stefano Bonaccini e vantano un più che solido 40% di consensi in città. A Torino han sospeso tutto fino a gennaio ed è circolato l’auspicio che il partito usi questo “tempo sospeso per presentare il suo programma e approfondire la relazione con i papabili candidati sindaci”.
A Bologna mentre la base chiedeva unità, i candidati si sono moltiplicati… E il ‘caso’ di Bologna, da sempre laboratorio politico del centrosinistra, rischia di far scuola; prima o poi, forse, farà parlare di sé su un palcoscenico più ampio, intanto è curioso perché nel capoluogo emiliano il ‘tempo sospeso’ per discutere un programma e soprattutto ‘approfondire la relazione con i papabili candidati’ se lo sono già preso: dalla Festa dell’unità di settembre a ieri. Il risultato? Non c’è il candidato unitario sperato per Natale, e nel tempo ‘sospeso’ della discussione interna e interiore, si è aperta una breccia spazio-temporale in cui chi aspira a fare il candidato sindaco del Pd ha già iniziato a fare campagna elettorale. E adesso le primarie prima scansate vengono ipotizzate per rimettere ordine, per serrare i ranghi (ma di fatto sono la promessa per nuove lacerazioni), mentre si cerca ancora il nome che vada bene a tutti. Il che rimanda l’impressione (all’esterno, nell’elettore) che ci siano due piani del discorso. E non si capisce quale sia quello a cui credere.
Per carità, da sempre la politica decide al riparo da occhi indiscreti. Per carità, va riconosciuto che non è un mestiere facile, quello del Pd e del dirigente Pd: se non fai le primarie ti accusano perché non le fai; se le fai, non va bene lo stesso perché ‘abdichi’ alla potestà genitoriale sul nome del candidato, specie quando hai un consenso del 40%. Ma qui sta un caso ‘di scuola’ (?): come avvitarsi nell’avvitamento. Se la percezione nella gente è che in realtà si è un cul de sac (e la stampa lo ripete da mesi), c’è già una prima ‘vittima’: è il brand del Pd che rimane stritolato tra due forze contrapposte. Più si ascolta la base e si raccoglie il suo auspicio trasformandolo in sforzo politico (cioè il tentativo di mediare, di costruire le famose ‘condizioni’), più ‘in alto’ si creano distanze. È come una piramide rovesciata: alla base, la base del Pd resta compatta nel suo quasi eterno desiderio di vedere il proprio partito marciare forte e unito; in alto, quelle che si chiamerebbero le correnti, i centri di potere che si allargano. Ecco cosa passa, e offusca il ‘brand’ Pd. Curioso aggiornamento dell’invincibile adagio: il potere logora (stavolta) chi lo ha.

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