Koumpounofobia, l’incontrollabile paura dei bottoni: cos’è, cause e sintomi

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Quando vedi dei bottoni provi indifferenza, piacere o avversione? Strano a dirsi ma a qualcuno i comuni bottoni suscitano addirittura paura e disgusto. Si parla in tal caso di koumpounofobia, la fobia dei bottoni, a tal punto invalidante da costringere chi ne soffre a evitarli in tutti i modi possibili.


Cosa per niente facile visto che i bottoni sono praticamente ovunque, in primis sui vestiti che indossiamo ogni giorno. La fobia, a dire il vero piuttosto rara, fece parlare di sé nel 2007 quando il Wall Street Journal affermò che ne soffriva anche Steve Jobs.

Koumpounofobia: cos’è

Si chiama Koumpounofobia ed è la fobia dei bottoni, diffusa tra i bambini ma anche tra gli adulti. Piuttosto rara, decisamente insolita, ma reale.

Chi ne soffre prova paura, avversione, disgusto oppure odio per i bottoni, per alcune tipologie in particolare, a tal punto da non poterli toccare e a volte nemmeno vedere. E così diventa particolarmente difficile persino indossare vestiti con bottoni. 

Koumpounofobia: cause

Le cause possono essere molteplici, può capitare per esempio che i genitori, per paura che i bambini soffochino inghiottendo un bottone, li inducano ad averne timore.

Oppure la fobia può presentarsi in seguito a esperienze traumatiche vissute (non solo in prima persona) nell’infanzia, come un’esperienza di soffocamento. In altri casi può dipendere da un’eccessiva mania di controllo. 

Koumpounofobia: sintomi

I sintomi della koumpounofobia possono essere diversi, tra questi si annoverano:

  • disgusto
  • tremori
  • paura
  • affanno
  • ansia

Chi prova disgusto di solito associa i bottoni, soprattutto quelli vecchi, alla sporcizia. In questo caso la fobia potrebbe essere correlata alla misofobia, la paura patologica dello sporco.

Koumpounofobia: come trattarla

Dipende come sempre dalla gravità e da quanto la fobia diventa invalidante per il soggetto che ne soffre. In tal caso è sempre consigliabile rivolgersi a professionisti in grado di suggerire un’eventuale terapia per affrontare il disturbo.

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FONTE: BuddingPsychologists

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