Il 9 dicembre la sentenza Manduca. Lo Stato faccia la sua parte

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La Cassazione ha accolto il ricorso dei figli della donna uccisa a Palagonia nell’ottobre del 2007 dal marito Saverio Nolfo, dopo 12 denunce inascoltate

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ROMA – Il 9 dicembre ci sarà l’udienza del processo di appello sul caso di Marianna Manduca. La Cassazione ha accolto il ricorso dei figli della donna uccisa a Palagonia nell’ottobre del 2007 dal marito Saverio Nolfo, dopo 12 denunce inascoltate. Una sentenza che ha riaperto una speranza dopo che una precedente toglieva agli orfani il denaro concesso come risarcimento, nel processo sulle responsabilità dei magistrati. Chi non ha difeso questa donna per ben 12 volte deve pagare, in nome della legge. Perché la verità è scritta sulla lapide di questa giovane mamma. E perché abbia ancora un senso, aldilà del 1522, che le Istituzioni dicano alle donne che si deve denunciare.

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Quella di dicembre è una data su cui la Vicepresidente Mara Carfagna ha chiesto di mantenere alta l’attenzione, invitando a fare altrettanto anche alla ministra Elena Bonetti che in una recente conferenza stampa alla Camera dei deputati ha detto: “Un conto è la parte processuale che compete alla magistratura sul dolo dei giudici, ma sul sostegno economico agli orfani possiamo ragionare in coerenza con l’impegno di questo Governo sull’attuazione e finanziamento, un anno fa, del Fondo per gli orfani di femminicidio che era in stallo”.

E’ vero che le sentenze le scrivono i giudici e non i politici, ma se la ministra di un Governo parla in un certo modo vuol dire che una lettura di questa vicenda e delle responsabilità morali e politiche è evidente. Carmelo Calì alla Dire, a poche ore da queste dichiarazioni, ha ricordato di “non aver mai chiesto finora nulla dal Fondo in questione”, ma intanto spera e confida nel risarcimento dovuto per quelle ben 12 denunce inascoltate. Non importa se al tempo non ci fosse il Codice Rosso, la legge sullo stalking e la maggiore conoscenza del fenomeno che c’è oggi. Esisteva il codice penale ed esistevano le denunce. Esisteva la parola di una donna come Marianna, testimone di quel che viveva sulla sua pelle, eppure non creduta. “Di mia madre ricordo i capelli neri e il sorriso. Era una ragazza giovane, bella e spesso triste. La ricordo quando andava a lavorare e mi diceva: ‘Mi raccomando comportati bene e bada ai tuoi fratelli più piccoli’”. Carmelo Calì Nolfo, figlio di Marianna Manduca, ha raccontato così alla Dire il ricordo di sua madre. Ragazzi che sono cresciuti con questa ferita dentro, accuditi da Carmelo, cugino di Marianna e sua moglie. Persone che hanno fatto la loro parte. Lo Stato faccia la sua e non ci dia modo di pensare che chi indossa la toga più che un dovere, ne abbia un privilegio.

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