Etna Est Est Est Est, quattro è il numero perfetto.Quattro Cantine sul versante Est dell’Etna raccontano i propri vini legati a doppio filo alla storia della loro famiglia

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Protagonista dell’autunno sull’Etna è la vendemmia e, dunque, sono protagoniste anche le tante vigne incastonate nella campagna etnea. Una festa per i sensi immergersi tra i filari e scoprire la perfetta geometria e l’esplosione di colori e profumi di grappoli d’uva che diverranno prezioso nettare bianco, rosso, rosè e spumante.


Ed il primo spumante sull’Etna nasce nella Tenuta Murgo, nel 1989, un grande primato di una solida realtà che, nata nel 1860, la seconda cantina più antica dell’Etna, continua a dare un contributo importante e sempre nuovo al territorio, grazie all’eccellenza dei suoi vini ma pure alle sfide che è sempre pronta a lanciare. Così è stato per Etna Est Est Est Est, l’evento nato lo scorso anno da un’idea di Michele Scammacca, proprietario delle Cantine Murgo e dal proprietario di Barone di Villagrande, Marco Nicolosi. Ma “Est” viene rimarcato ben quattro volte perché, quest’anno, si sono uniti al progetto, giunto alla seconda edizione, anche la Cantina Gambino Vini e l’Azienda vinicola Biondi.

I quattro produttori vitivinicoli hanno organizzato quattro serate con degustazione dei vini delle quattro aziende, l’ultima in programma sabato 13 novembre presso la Cantina Murgo, ed un press tour che, partito proprio da Tenuta San Michele di Murgo, ci ha accompagnato nel cuore delle cantine e delle rispettive storie familiari, facendoci capire la filosofia che sta alla base di Etna Est Est Est Est e quella volontà di far rete dei quattro produttori che è un’inversione di tendenza rispetto ad un recente passato che ha visto le aziende siciliane ancorate ad un nocivo individualismo.

CANTINE MURGO

Le Cantine Murgo sorgono a 500 m sul livello del mare, sul versante orientale dell’Etna e sono iscritte all’Etna DOC.

Il vigneto ha un’estensione di 30 ettari, oltre a Tenuta San Michele a Santa Venerina, c’è quella di Gelso Bianco a Catania e La Francescana ad Aprilia. La conduzione del vigneto si basa sull’impiego di tecniche a basso impatto ambientale. Il Barone Emanuele Scammacca del Murgo decise, nel 1981 di trasformare  le proprietà di famiglia in moderne aziende. Nel tempo si sono uniti i figli e i fratelli ed oggi anche la terza generazione.

Cantina Murgo

“Terreni vulcanici danno ai vini una grande verticalità, vini che non hanno una grande ampiezza, però, sviluppano una finezza che consente di apprezzare gli elementi del terroir, la mineralità, una bella complessità, poi il tannino del nerello mascalese è molto interessante e, poi, l’Etna ci dà le escursioni termiche che rendono la maturazione lenta e l’acidità che ne risulta è molto importante. – ci spiega Michele Scammacca introducendo la visita in cantina – Qui siamo a 480 m di altezza, nello stesso tempo abbiamo accanto questo grande gigante che ci crea condizioni molto particolari. Siamo sul versante est dove queste caratteristiche sono, in un certo senso, esaltate. E’ un versante difficile perché siamo di fronte al mare, abbiamo molte più precipitazioni rispetto al resto dell’Etna ma nelle zone difficili vengono spesso dei vini molto interessanti ed io penso che dobbiamo fare sempre di più per presentare l’Etna e le sue diversità. Adesso stiamo completando la raccolta del bianco, quest’anno ottima.

Quest’azienda è frutto di un lungo percorso iniziato nel 1982, anche se l’azienda risale al 1860 circa. – continua il produttore – Sono stati fatti tantissimi investimenti graduali nel tempo e ci siamo sviluppati e fatti largo nel mercato. Rispetto all’82 le cose sono molto cambiate. Ricordo che, allora, non c’era vino dell’Etna e la gente non era neanche interessata a berlo. Erano gli anni in cui venivano valorizzati vini ad alta concentrazione, corposi, mentre sull’Etna abbiamo l’opposto della concentrazione e dunque era difficile inserirli. Col tempo le cose sono cambiate, noi ci siamo impegnati molto nello spumante che rappresenta la nostra specialità. Abbiamo avuto l’intuizione di valorizzare il nerello in questo tipo di prodotto, forse anche perché l’ Etna rosso non era capito a quei tempi. Il primo spumante nasce nel 1989, è stata una grande sfida, perché in quegli anni gli spumanti non venivano bevuti in Sicilia. Lo spumante si usava per le feste e si beveva sul dolce.

Abbiamo fatto un bianco di nera che, dunque, è longevo per natura, tutti gli elementi  dicevano che fosse un uva favorevole, i punti di forza sono: facilità di vinificazione in bianco, perché non è un uva con molto colore, grandissima acidità, infatti è l’ultima uva che si raccoglie insieme al carricante e al catarratto, e poi moltissimo acido malico.” – conclude Michele Scammacca.

Tra le novità per il prossimo anno, la lavorazione ad un vino che avrà dieci anni sui lieviti.

Una cena semplice, quella da Murgo, che attinge alla tradizione. Fra le portate c’è il macco, salumi e formaggi, verdure e ortaggi a km 0, ricette genuine e gustose a base di carne. L’olio extravergine di oliva monovarietale nocellara etnea è firmato Murgo.

Nove vini in degustazione ed una chicca, una grappa dell’Etna. A guidare in maniera sapiente ed accurata la degustazione è stato il sommelier Claudio Di Maria, che è anche responsabile dell’accoglienza da quattro anni. Ma Claudio Di Maria è molto più che questo, la passione e la precisione che mette nel suo lavoro ci fanno comprendere quanto lui sia realmente parte della famiglia Scammacca.

Claudio Di Maria

Tre extra brut d’ingresso, l’extra brut è vendemmiato come brut ma l’affinamento dura un periodo più lungo.

I vini più importanti, dunque, vengono degustati in apertura (extra brut 2011, 2013 e l’annata in corso), un extra brut rosè 2015, un TSM (Tenuta San Michele) bianco 2019, in chiusura TSM rosso 2017, Pinot nero 2014 e poi un raro Cabernet Sauvignon vendemmia 2000.

Nella presentazione del vino Di Maria ci spiega: “Il cabernet soffre l’altezza, ciò significa che in vent’anni anni c’è stato un apice che è coinciso con la 2000, migliore annata in assoluto, e poi un crollo verticale nelle annate che vanno dalla 2006 alla 2010, allorchè, poi, il vitigno è stato estirpato.” Un vino prezioso, quindi, perché non esiste più. Per me, profana e non addetta ai lavori, sicuramente uno dei vini che più hanno colpito il mio palato da Murgo, un vino che sa raccontare, che lascia un’emozione ed un ricordo.

Cabernet Sauvignon 2000

Il dolce è delicato, una panna cotta coperta da crema e polvere di caffè, viene accompagnato da un ottimo Moscato passito 2017. Infine il distillato di vinacce invecchiato in barriques, la giovane Grappa dell’Etna, ancora troppo aggressiva al palato ma già di carattere.

Michele Scammacca e Claudio Di Maria – I vini in degustazione

Un’esperienza magica quella fatta nella Cantina Murgo, completata da un panorama mozzafiato, grazie alla sua posizione lungo una delle principali vie di accesso ai crateri sulle pendici orientali dell’Etna, un paesaggio tanto bello che, prima di andar via, mi costringe a fermarmi per scattare ancora una foto a quel contorno di rara bellezza che, poco prima, avevamo visto anche nelle etichette dell’Etna Bianco e dell’Etna Rosso Tenuta San Michele.

GAMBINO VINI

Il nostro tour è ripartito la mattina seguente da Cantine Gambino, a Linguaglossa, dove dal 1978 la famiglia Raciti – Gambino coltiva con amore le proprie viti e produce vini che raccontano la storia familiare. Vittorio Raciti acquistò la proprietà terriera accorpando appezzamenti di terra di diversi proprietari e trasformò le altre coltivazioni in viti. Ma oggi l’azienda ha un’estensione di 25 ettari, i vitigni Grillo, Cabernet e Nero d’Avola vengono coltivati nella zona di Caltanissetta, il Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio, Catarratto e Carricante sono coltivati sull’Etna. La Cantina è la più alta sull’Etna ed il grande lavoro fatto nella parte nuova dell’azienda, con la cantina scavata nella roccia sottoterra, consente la produzione di un vino a basse emissioni di CO2.

Vigna Gambino

Ci troviamo in una delle più belle terrazze dell’Etna Nord-orientale di circa 8 ettari in contrada Petto Dragone. Filadelfo Raciti, uno dei figli di Vittorio, ci racconta l’evoluzione dell’azienda dal punto di vista tecnico. Nel 2002 Filadelfo con i fratelli Maria Grazia e Francesco e la madre Maria rinnovarono l’attività. Da allora l’enoturismo è stato tassello fondamentale dell’attività della Cantina. Nel 2008, dato che a causa di vincoli col Parco dell’Etna la struttura non poteva essere ampliata, la famiglia Gambino, inizia una nuova costruzione che verrà completata dopo tre anni. Filadelfo Raciti ci ha detto: “In quanto all’armonizzazione delle terrazze a nascondere la fabbrica ipogea, abbiamo normalizzato con delle terrazzette l’anfiteatro che andava a chiudere il vecchio vigneto, mentre dal lato in cui la terrazza è più grande abbiamo pensato, insieme al Parco dell’Etna, di armonizzare in maniera più lineare e nascondere tutto quanto c’era sotto terra.”

Filadelfo Raciti

Federica Milazzo, sommelier e responsabile comunicazione ed eventi della Cantina da ben sette anni, ci ha accompagnato nel cuore originario dell’azienda, la prima costruzione da cui Maria Gambino vedeva, ogni mattina, quel grande pino mediterraneo, attorno al quale si sviluppa l’anfiteatro, che è diventato il simbolo dell’azienda.

Prima costruzione Gambino

Ma prima, Federica, che incarna al meglio quell’accoglienza familiare, sincera e generosa, filosofia alla base di questa Cantina di famiglia, che coniuga tradizione e tecnologia, ci ha raccontato le tappe fondamentali dell’azienda. (La sentiamo nel video a seguire)

Prima della passeggiata tra i filari, l’accoglienza è stata affidata all’Etna Spumante Gambino Maria Metodo Classico Brut 2015 ottenuto da uva di Nerello Mascalese, un tripudio per i sensi.

Al nostro ritorno la degustazione, accompagnata da uno squisito brunch di salumi, formaggi, pancake, uova strapazzate e pane di diverso tipo, da gustare con l’ottimo olio extravergine di oliva Gambino, si apre con il Feu d’O Bianco 2020, questo fuoco dorato  ma fresco, dagli aromi fruttati, ottenuto da uve Grillo e Carricante. A seguire il Tifeo 2019, un Etna Bianco ottenuto da Carricante e Catarratto, con 5 mesi in acciaio sui lieviti e almeno 3 mesi in bottiglia. E poi un Tifeo Etna Bianco 2016. Tifeo era un titano confinato sotto l’Etna da cui, secondo la mitologia, originavano eruzioni e venti impetuosi.

Il quarto vino è stato il Tifeo Rosato 2020, forse tra i miei preferiti, dal carattere deciso ma dolce, un vino elegante ottenuto da Nerello Mascalese.

Tifeo Rosato 2020
Vini Gambino

A farci traghettare verso i rossi è stato il Feu d’O Rosso 2019, vinificazione di 9 mesi in acciaio, 84% Nero d’Avola e 16% Nerello Mascalese, dal colore ipnotico e profumi intensi di frutti rossi, è un vino che ho molto apprezzato. Il Duvanera 2017, quello che un tempo si chiamava Cantari, è un Nero d’Avola in purezza, vinificato in barrique, e, nonostante la mia scarsa attitudine per i rossi, ha colpito il mio gusto. Terzo dei rossi è stato il Tifeo Etna Rosso 2018, 90% Nerello Mascalese e 10% Nerello Cappuccio, 12 mesi in rovere. O lo ami o lo odi data l’intensità dei sapori.

Vini Gambino

Il Petto Dragone Etna Rosso 2017 è quello che ho preferito. Dedicato alla contrada su cui sorge la Cantina, è pure la collina sotto la quale dorme Tifeo. Ottenuto da Nerello Mascalese, non viene prodotto tutti gli anni, ma il suo colore e i suoi profumi avvolgono e raccontano parte della storia Gambino. La degustazione si è chiusa con Alicant 2017, unico IGT, dall’anima scura, complessa, sofisticata, affascinante.

La nostra visita da Gambino si è conclusa con il giro nella cantina sotterranea e l’interessante spiegazione dell’enologo Salvatore Rizzuto.

Cantina sotterranea
Salvatore Rizzuto, enologo

Gambino Vini è un abbraccio di Sicilia ove l’enoturismo rimane il cuore dell’azienda ma è, al contempo, un fossile, nella migliore accezione del termine, che ci mostra quanto lo studio e l’affinamento delle competenze faccia la differenza.

BARONE DI VILLAGRANDE

Da Linguaglossa ci siamo spostati a Milo, a Barone di Villagrande, ospiti di Marco Nicolosi,  titolare, enologo e direttore della produzione. Obiettivo dell’azienda è valorizzare il patrimonio naturale dell’Etna trasmettendo l’amore e la devozione per un luogo unico e speciale.

Vigna Barone di Villagrande
Cantina Barone di Villagrande

Anche qui tutto nasce dalle radici familiari che affondano in ben dieci generazioni. Il nome si deve alla contrada di Villagrande. Agli inizi del ‘700  il Vescovo di Catania chiede alla famiglia Nicolosi Asmundo di trasformare le difficili terre ai piedi dell’Etna in giardino, un compito arduo ma rispettato dalla famiglia. Nel 1727 l’Imperatore Carlo VI d’Asburgo, Re di Napoli, conferisce il titolo di Barone di Villagrande a Don Carmelo Nicolosi ma sarà la lungimiranza a contraddistinguere gli antenati di Marco Nicolosi e la conseguente longevità della Cantina. Fu il bis bisnonno Paolo Nicolosi, nel 1869, il primo a sperimentare una vinificazione separata per uve bianche e rosse ed a lui si deve la creazione dell’antenato dell’odierno Etna Bianco Superiore.

Quando, poi, venne riconosciuta la D.O.C. Etna, il disciplinare venne redatto dal padre di Marco, Carlo Nicolosi Asmundo, docente universitario di enologia. Oggi la Cantina vanta un buon indotto grazie all’enoturismo. Sensibili nei confronti dei linguaggi artistici, sono diversi gli eventi che vedono al centro arte e cultura. Barone di Villagrande è, del resto, l’altro ideatore di Etna Est Est Est Est. Dal 2019, inoltre, è mecenate del progetto del noto artista Alfio Bonanno. La mostra diffusa “Alle Radici”, ideata dall’associazione culturale Mindart, presieduta da Laura Cavallaro, vede una tappa importante da Barone di Villagrande, ove Bonanno ha pensato e creato un’installazione, sulla parete d’ingresso dell’area predisposta alla moderna vinificazione, in cui decine di vecchie viti, ormai dismesse, tornano a raccontare una storia. Decorticate, bruciate e trattate con una vernice, le viti sono disposte dentro una cornice che le trattiene a sé.

Alfio Bonanno, artista, e l’opera a Barone di Villagrande

Ad accompagnarci in cantina, ove le botti di rovere e castagno rapiscono i nostri sensi, in particolare vista e olfatto, è stato Alfonso Caltagirone, sommelier e responsabile dell’accoglienza.

L’enogastronomia è uno dei punti di forza dell’azienda coerente col fine di raccontare il territorio, parimenti, attraverso vino e piatti preparati dallo chef Vittorio Caruso. Il pranzo è stato un dialogo fra portate e vini, per ogni piatto un vino in abbinamento. Abbiamo aperto con pane e olio, rigorosamente autoctono. La delicata e gustosa millefoglie di zucca, con ricotta pancetta e semi di zucca, è stata proposta insieme all’Etna Rosato, 90% di Nerello Mascalese 10% Carricante, fresco ma profumato e di carattere, il mio preferito della triade che abbiamo degustato. Il primo è una pasta che lega tradizione ed azzardo, sapori troppo caratterizzanti insieme potrebbero, infatti, non essere apprezzati da tutti i palati, invece un’armonia disarmante rende il piatto vincente. Pasta con broccoli, polvere di acciughe e mandorle e fonduta di caprino in abbinamento all’Etna Bianco Superiore Contrada Villagrande ottenuto da Carricante al 90% e Vitigni autoctoni etnei al 10%, un vino elegante ove si percepisce il legame e l’equilibrio fra la terra e la brezza marina  che gli conferiscono un sapore unico.

Il secondo ha previsto carne  in brodo con nocciole di Giffoni servita con l’Etna Rosso DOC, Nerello Mascalese all’80%, Nerello Cappuccio e Nerello Mantellato al 20%, vino potente e bilanciato, perfetto per la carne. A chiusura non un dolce ma un bicchierino di mosto cotto.

Chef Vittorio Caruso – alla sua destra il sommelier Alfonso Caltagirone

Senza eccedere e senza difettare ma con la giusta misura, tre del resto è numero perfetto, Barone di Villagrande è eleganza, energia, cura dei dettagli, arte.

AZIENDA VINICOLA BIONDI

L’ultima tappa del press tour doveva essere l’Azienda vinicola Biondi, a Trecastagni, nella splendida vigna “Cisterna Fuori” ma un forte temporale non ci ha permesso di proseguire l’itinerario. Ciro Biondi e Stephanie Pollock, però, ci tenevano a farci completare il percorso, così, nonostante le condizioni meteo avverse, ci hanno raggiunto da Barone di Villagrande.

Mentre fuori pioggia, vento e fulmini danzavano, i coniugi Biondi ci hanno raccontato la storia dell’azienda che, nata alla fine dell’800, raggiunge traguardi importanti all’inizio del ‘900 grazie ai fratelli Salvatore e Cirino Biondi. Dopo la fine della seconda guerra mondiale la Cantina inizia una fase calante. Ciro e Stef Biondi, insieme al nipote Manfredi, alla terza generazione, dunque, hanno ripreso i vigneti di famiglia nel 1999 e con amore hanno riportato in auge luoghi stupendi producendo vini di alto livello.

La tempesta da Barone di Villagrande
Ciro Biondi e Stephanie Pollock

Da questa rinascita originano: Outis, Gurna ed M.I., vini noti in tutto il mondo. Sono tre i vigneti della Cantina Biondi, sul versante est dell’Etna.

Iniziamo, dunque, a degustare i vini che hanno selezionato per noi. Ciò che mi colpisce dell’architetto Biondi è che per ogni vino, più che le caratteristiche organolettiche, ci racconta una storia. Ogni etichetta è per Biondi uno scrigno di significati.

Così è per uno dei vini più rappresentativi della cantina, il Cisterna Fuori, un Cru, Etna Rosso D.O.C., il cui nome deriva da un luogo magico, la terrazza al centro del vigneto a 650 m s.l.m., Cisterna Fuori appunto, dove Ciro e Stephanie hanno celebrato il loro matrimonio l’11 giugno 2004 e dove si è tenuto il primo, suggestivo evento di Etna Est Est Est Est, l’aperitivo al tramonto immersi in vigna. Prodotto da Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio, la prima annata di Cisterna Fuori è del 2010.

Cisterna Fuori

“I vini non devono essere troppo carichi, né troppo esuberanti – dice Ciro Biondi – e devono piacere a me, a Stef e a mio nipote.”

Cisterna Fuori è il rosso più femminile della Cantina Biondi, fa sentire la sua provenienza vulcanica, corposo e impalpabile al tempo stesso. Molto profumato, è un vino strutturato che lascia un ricordo in bocca e nel cuore. Gli altri vini che assaggiamo sono il Pianta Etna D.O.C. bianco  2017 e 2018. Ottenuto da uve Carricante, Catarratto e Minnella,  vinificato in tonneau da 225/500 litri, il Pianta è prodotto dalla vigna Chianta, vigneto piantato a metà dell’ ‘800 dal bisnonno di Ciro Biondi, è l’ultima vigna piantata, costituita da terrazzamenti al centro dei quali c’è una scalinata e una casetta in pietra dove, da bambino, Ciro, giocava insieme alle sorelle. La vigna è sul bordo di un cratere che risale a circa 2000 anni fa. Anche il Pianta è un vino elegante, fresco e contenitore di storie.

“L’Etna è un territorio non un vitigno, per questo racchiude grande complessità. Il vino dev’essere una cosa viva, scalpitante. Dev’essere come un pavone – continua Biondi – in bocca delicato all’inizio e poi sul finale deve stupire, proprio come il pavone quando apre la sua coda con quelle sfumature che non si immaginano.”

I vini della Cantina Biondi sanno stupire e raccontare, è la mission della famiglia Biondi, perché, come dice convintamente Ciro Biondi: “Un vino è una traccia, una storia, perché continua anche dopo la morte di chi lo produce.”

La Cantina Biondi è una carezza sul cuore ed un baule pieno di significati e storie. Perfetta chiusura di un percorso prezioso che ha coinvolto tutti i nostri sensi, la nostra mente e che ci ha donato davvero tanto.

Un finale che l’Etna ha salutato con la prima neve e, di nuovo, il cielo sereno.

Ultima tappa di Etna Est Est Est Est sabato 13 novembre, alle 19:30, presso Tenuta San Michele delle Cantine Murgo, a Santa Venerina.

Necessaria la prenotazione.

Prima neve di fine estate

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